Ho conosciuto tanti anni fa una scatola, una piccola scatola di cartone.
Era proprio piccola, tanto piccola, era una di quelle scatolette che vengono usate per impacchettare le cuffie bluetooth, per non romperle durante la spedizione, per fare si che delle cuffie da 10 euro sembrino cuffie pro, insomma era un piccolissimo strumento di marketing.
Ci avevo parlato parecchio con quella scatola, le piaceva parlare, a differenza mia era molto loquace e aveva tante cose da dire. Venne fuori che nonostante fosse così piccola aveva già fatto viaggi incredibili, ma soprattutto aveva sogni meravigliosi.
Iniziammo a parlare, non so come, non so perché, non ricordo, e andammo avanti per ore ed ore. Io come sempre per lo più ascoltavo e lei parlava senza sosta, aveva questo incredibile bisogno di condividere, era un fiume in piena di idee, pensieri ed emozioni.
Aveva il tipico piglio dei giovani consulenti rampanti della bella Milano, mi parlava di lavoro e di come sognava la sua carriera: nei prossimi 2 anni voglio diventare almeno una scatola per un laptop da 13 pollici, mi disse.
Ma non si fermava qui, sognava di crescere ancora e ancora, voleva passare poi a contenere e proteggere una TV da 32 pollici, e poi 64. E poi e poi ancora, sogni di diventare un Europallet, per coordinare tutte le scatole e scatoloni sopra di lei.
In mezzo a tutti questo parlare di lavoro, ci perdemmo in splendidi racconti su possibili ed incredibili viaggi, navi, aerei, camion. Tutti presagi di una vita avventurosa.
Ci scambiammo i numeri, convinti che prima o poi ci saremmo potuti rivedere, senza doverci cercare.
Per anni non ci sentimmo più, giusto qualche messaggio durante le feste, caldi saluti da mari in tempesta, abbracci da voli intercontinentali, ma niente di più.
E poi ieri, un messaggio, così dal nulla: sono a Milano, a Segrate precisamente. Se ti va ci beviamo una birra allo Scalo merci.
Impossibile dire di no, rispondo subito in maniera euforica, sono passati 15 anni dalla prima ed ultima volta in cui ci siamo visti. Come ci riconosceremo? Perché allo scalo merci? Una valanga di domande, curiosità a mille.
Ed eccomi qua, puntualissimo, forse anche in anticipo, allo Scalo Merci di Segrate. Vestito di tutto punto, ho deciso di mettere anche la camicia, birre nel borsino e tanta voglia di ascoltare.
Sbalordito, rimango a bocca aperta dallo spettacolo: davanti a me un container, un meraviglioso container della ONE (Ocean Network Express), tutto rosa con la scritta ONE in bianco. Che meraviglia. Ci abbracciamo, insomma, ci proviamo, come si abbraccia un container. Apre i suoi portelloni, mi fa vedere cosa porta a questo giro, paperelle di gomma, gialle. Che sono arrivate al capolinea. Segrate capitale italiana delle paperelle.
E qui ci sediamo, insomma, come si siede un container. Tiro fuori le birre dalla mia borsina di tela e iniziamo a raccontarci.
Mi racconta una storia bellissima, bellissima per me ma paurosissima per lei, di quella nave cargo partita da Hong Kong che perse 3 container nell’oceano liberando 30mila animaletti di gomma in mare. C’erano paperelle gialle, castori rossi, rane verdi e tartarughe blu. Era il 10 di gennaio del 1992, e da quel giorno gli animaletti di gomma iniziarono a navigare per gli oceani. Per divergenze interne poi si divisero in tre gruppi, decidendo di viaggiare verso luoghi differenti: il primo gruppo si diresse verso l’Alaska, probabilmente capitanato dai castori rossi; il secondo si diresse verso l’Oceania, con alla guida le tartarughe verdi; mentre il terzo ed ultimo gruppo decise di viaggiare verso il Cile, qua spinti dalle paperelle gialle bramose di scalare le loro prime vette sopra i 4000m. Questo incredibile viaggio fu studiato e seguito da oceanografi in tutto mondo e permise di analizzare in maniera del tutto rivoluzionaria le correnti oceaniche, rivelando una rete mondiale di correnti fino a quel momento sconosciute.
Storia da brividi per un container, meravigliosa per una paperella di gomma. Anche questa volta poi abbiamo iniziato a raccontarci i nostri sogni, di come nonostante gli anni passati sentissimo ancora il bisogno di crescere, senza ancora sentirsi arrivati, di come è bello poter pensare di non fermarsi mai.
Ci siamo lasciati con la promessa di rivederci, senza dirci quando, senza dirci come, senza dirci nulla.
Sapendo che sarà ancora diverso, che saremo ancora diversi.






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