Avrei voluto scrivere una riflessione su quanto fosse figo mangiare da soli. Avrei voluto scrivere di come mangiare da soli non sia una cosa triste, di come sia un’opportunità.

Ma non ci sono riuscito.

Perché si, mangiare da soli è una figata, è vero. È un momento che può diventare di introspezione, di crescita, il momento per staccare la spina dalla routine quotidiana, imparare a conoscersi ed ascoltarsi.

Il rituale del mangiare da soli poi diventa ancora più interessante, stimolante e piacevole se portato avanti in un ristorante di qualità, magari stellato, dopo aver compiuto la complessa e sorprendente procedura della prenotazione di un tavolo da uno. Procedura complessa, mi ripeto, sbalorditiva per chi riceve la telefonata, per chi deve preparare il tavolo con un solo coperto, ma complessa soprattutto per chi deve effettuare la fatidica chiamata. Ma torniamo un attimo allo stellato, dove per due ore possiamo gustare raffinati piatti senza dover condividere giudizi con nessuno, senza sentirsi in obbligo di dover forzatamente esprimersi sulle qualità dello chef, sull’impiattamento e sull’atmosfera generale. Perché lo sappiamo, ormai sulla tradizione dei ‘tutti allenatori’ ci siamo trasformati in ‘tutti critici gastronomici’.

Gustare cibo raffinato, di qualità, prelibato e ricercato, in solitudine, con un buon calice di vino, osservando gli altri tavoli, concentrandosi sui propri pensieri, o anche solo origliando i discorsi degli altri, senza dover ascoltare ed interagire con nessuno dopo una giornata di riunioni e lavoro; non posso immaginare situazione migliore per rilassarsi, riprendere le forze e le energie.

Ma come cambia invece la percezione se questo rituale del mangiare da soli si perpetra in pausa pranzo, in un normale, a volte anche squallido, parchetto di provincia su di una panchina in cemento senza schienale? 

E ancora, come si trasforma la percezione se questo piacevole rituale si ripete ogni giorno, trasformandosi in routine consolidata? 

Ovviamente poi si passa dal parlare di piatti prelibati, antipasto-primo-secondo-contorno-dolce-calici di vino, ad accontentarsi di tupperware riempiti alla bell’e meglio la mattina stessa: insalate poco condite, riso freddo con wurstel e mais, avanzi in dubbio stato di conservazione, focacce stantie recuperate in altrettanto stantie panetterie, acqua in bottiglietta di plastica, il tutto trasportato durante la giornata in una borsetta frigo dal dubbio design.

Concludendo poi con la consapevolezza che il mangiare da solo in questa modalità spesso segue giornate insoddisfacenti, giornate prive di interazioni di livello, non si è lavorato per cambiare le sorti di nessuna azienda e men che meno del pianeta.

C’è in tutto questo ancora spazio per la ‘coolness’ nel mangiare soli? c’è ancora spazio per trovare in questi momenti la possibilità di conoscere se stessi,rilassarsi e staccare la spina? 

Non credo, non riesco.

Tutto si trasforma in mera sopravvivenza, in pranzi conclusi solo per tirare avanti e per placare la fame, in una rincorsa senza fine alla sazietà, senza possibilità o volontà di soddisfare il proprio senso del gusto; riducendosi poi ad incollare lo sguardo sul proprio cellulare, lanciando video, scrollando compulsivamente, per consumare il poco tempo che si ha a disposizione, senza trovare la possibilità di guardarsi dentro, senza trovarne soprattutto la voglia. 

Cadendo e ricadendo in una routine da cui ci si dovrebbe staccare, almeno per il tempo della pausa pranzo, finendo per perdere le meravigliose possibilità che un pasto in solitaria potrebbe e dovrebbe regalare. 

Per mancanza di mezzi e di atmosfera. 

Per mancanza di bellezza. 

Come sempre.

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