“Non abbiamo poco tempo: la verità, è che ne sprechiamo troppo”: questa frase, attribuita a Seneca, mi spinge a interrogarmi sul senso stesso di questo tempo, su cui fin dall’antichità si è tanto disquisito.

Spesso mi interrogo se il relativismo di cui siamo permeati affondi le sue radici nel pensiero classico e cosa sarebbe accaduto se invece fossero affondate in culture diverse. Ad esempio, il padre di una mia amica che lavorava nel settore edilizio, si irritava sempre quando, di fronte a indicazioni precise e puntuali da “uomo tecnico occidentale” in Algeria gli veniva spesso risposto: Inshallah (“se Dio vuole”) con un fatalismo per lui irritante. Ma è davvero così?

Immaginiamo di fare un viaggio nel tempo per andare a fondo di una cultura considerata spesso agli antipodi. Andando a ritroso fino ad arrivare a quelli che in occidente sono considerati gli “anni bui”, troviamo un filosofo musulmano medievale, Abū Bakr Muhammad ibn Zakariyyā al-Rāzī (morto tra il 925 e il 935 d.C.), medico e laico: si era spinto, infatti, al punto da dire che tutte le religioni rivelate, Islam compreso, fossero false (contraddicendosi tra di loro) e che la profezia fosse un’impostura, visto che sarebbe stato assurdo che Dio avesse privilegiato  un determinato popolo o un singolo uomo sugli altri, conferendogli il dono della profezia e fomentando così spargimenti di sangue e conflitti.

Per lui, Dio aveva dato a tutti gli uomini il dono dell’intelligenza e, di conseguenza, della possibilità di scegliere tra bene e male, negando i fondamenti stessi della Profezia (ed era morto di morte naturale). Lui doveva conoscere molto bene Aristotele e, infatti, in una delle sue opere più famose (il Kitāb fī mā ba̒d al-abi’a (“Il trattato sulla metafisica”) riprende proprio le sue teorie, rielaborandole: è proprio questa la caratteristica di molti filosofi musulmani medievali che dimostrano una grandissima originalità di pensiero, partendo dalle fonti classiche. 

Il tempo assoluto era uno dei principi eterni, insieme al Creatore, l’anima, la materia, lo spazio. In quanto tale, il tempo assoluto era eterno e infinito, ed era pertanto distinto dal tempo relativo  caratterizzato dalla numerabilità e, in quanto tale, finito. Al- Rāzī riprese la nozione aristotelica di tempo come “ciò a cui pertiene la numerabilità”, distinguendolo però da un tempo assoluto e, dunque, eterno.

Tuttavia, malgrado queste teorizzazioni, egli non giunse mai a sostenere l’eternità del mondo e, malgrado la sua critica a quello che potremmo definire l’oscurantismo religioso, considera comunque il Dio creatore uno dei cinque principi eterni, difendendo, dunque, alcuni concetti basilari del creazionismo islamico. 

Questo piccolo viaggio nel tempo ci ha permesso, quindi, di conoscere un pensatore libero in un tempo oscuro per il mondo occidentale (o, almeno, bollato come tale), che è stato fondamentale nella trasmissione e rielaborazione del pensiero filosofico greco.

È sempre interessante pensare a come viaggino le idee, a come siano rielaborate e giungano poi a noi che spesso non abbiamo consapevolezza di tutto questo percorso.

Quali sono, dunque, le radici di questi sapere? In fondo, a noi è arrivato un sapere che è frutto di commistioni culturali diverse e forse il suo fascino risiede proprio in questo. Forse, le radici sono più ricche di commistioni di quanto noi pensiamo. 

È sorprendente vedere come un libero pensatore come al- Rāzī ci spinga a interrogarci sul senso stesso di quelle che definiamo radici e su quanto il pensiero possa essere trasversale e libero di spingerci oltre ogni confine.

A questo punto, mi chiedo: se il padre della mia amica, impegnato nelle scadenze lavorative, avesse conosciuto la complessità del pensiero di una cultura spesso considerata agli antipodi del pensiero occidentale, cosa avrebbe fatto? Si sarebbe scagliato con meno impeto contro quel fatalismo che trovava così irritante, pensando che, in definitiva, la stessa cultura era stata portatrice di un pensiero assolutamente razionale e tutt’altro che fatalista, in alcuni contesti? O forse la sua parte istintiva “mediterranea” avrebbe avuto il sopravvento e si sarebbe chiesto perché quello che lui definiva un atteggiamento lassista avrebbe preso il sopravvento?

D’altra parte, quanto questi atteggiamenti possono avere una spiegazione culturale e quanto, invece, non sono semplicemente umani?

Forse queste domande resteranno in sospeso, ma una cosa è certa: la realtà è sempre più complessa di quanto si pensi e “il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”: sarà forse una sintesi estrema o un tentativo di rendere con un linguaggio più poetico ciò che potrebbe aprirsi a una lunga speculazione filosofica?

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