Tommaso comprò un quaderno nuovo perché quello vecchio gli sembrava già pieno di esitazione.
Scelse la carta a righe e una bella penna a punta fine.
Una volta a casa, indossò dei calzini caldi, mise l’acqua sul fuoco per una tisana e liberò il tavolo della cucina: tutti gesti che di solito servono a far cominciare le cose.
Sulla prima riga scrisse “Racconto sulla timidezza”, ma lo cancellò subito; gli parve un titolo di cui vergognarsi.
Poco male, pensò, in effetti i titoli migliori si scelgono alla fine.
Ricominciò allora con la terza persona, per far finta di non essere lui:
“Tommaso è timido.” Punto.
Restò così per un po’, a fissare quel punto nero, ma soprattutto tutto quel bianco che seguitava oltre.
Per uscire da quell’impasse si alzò per spegnere l’acqua prima che bollisse. Aprì lo sportello della credenza dove teneva le tisane e gli infusi, e si accorse di avere voglia anche di un biscotto. Per una coincidenza – o probabilmente per la sbadataggine di chi gli aveva montato la cucina nuova – le due ante adiacenti, quella degli infusi e quella dei biscotti, erano fissate male e, per aprirne una, bisognava richiudere prima l’altra.
Quel semplice momento gli fu in qualche modo rivelatore.
Capì di fatti e tutto a un tratto, che non era la timidezza a sbarrargli la strada, nello scrivere il racconto così come nella vita, ma era il bivio! Anzi i bivi che, come specchi al luna park, sembravano moltiplicare ogni suo passo all’infinito.
Dopo “Tommaso è timido.” poteva infatti continuare con un ricordo dell’infanzia, oppure con la scena al supermercato con gli amici, oppure quella volta in cui aveva fatto finta di dormire in treno per non dover partecipare ad una conversazione.
Ogni “oppure” era uno sportello che si chiudeva a favore di un altro. E lui, di fronte ad ogni scelta, sentiva solo il rumore assordante di mille ante che sbattevano.
«Non è che non riesco a scrivere perché sono timido» disse alla cucina. «È che non so scegliere cosa viene dopo.»
Lo disse piano, come si confessa un peccato per il quale non si ha colpa.
Tornò allora al tavolo con la tazza colma e il suo biscotto, fece un respiro profondo e cominciò a mo’ di arringa:
“Vi è mai capitato di scoprirvi d’improvviso ad avere quarant’anni? Beh… a me è successo, e mi ci sono ritrovato solo, e da lì ho dovuto scegliere tutto il resto.”
Scrisse proprio così, senza giri di parole; gli sembrò liberatorio e decise di continuare.
“Ho dovuto scegliere un lavoro nuovo, perché quello vecchio era troppo scomodo. Ho dovuto scegliere amici nuovi, meno stanchi di quelli che avevo già. Ho dovuto comprare un’auto nuova e l’ho scelta blu.”
In realtà il colore non l’aveva scelto, quello c’era, non era brutto e tanto era bastato; ma ormai era un fiume in piena.
“Ho scelto una casa nuova, la misura del lavandino, la forma delle maniglie e lo spessore delle porte, il colore delle piastrelle del bagno e il materiale dell’asse del cesso. Ho pure scelto la cucina, e me l’hanno montata male.”
Vergava parole come a colpi di scalpello, sgrezzando una narrazione a cui non aveva mai creduto.
«Niente male per uno che non sa scegliere!», buttò lì verso la cucina.
“Ora però restano solo gli sportelli chiusi” Scrisse con più cautela. “Un corridoio di ante serrate, e dietro ciascuna – che non aprirò mai più – c’è il fantasma di un’alternativa: le piastrelle d’un altro colore, un lavandino meno spigoloso, un’auto un po’ più grande, o un lavoro meno noioso.”
“E SE AVESSI SCELTO MALE?” Aggiunse e lettere maiuscole.
Fu a quel punto che si bloccò di nuovo. Un altro punto in fondo ad una frase – per di più interrogativo – come l’orlo di un precipizio, oltre il quale la voragine.
Tommaso si ricordò allora del biscotto, che stava lì con l’aria rassegnata dei santi prima del martirio; gli assomigliava perfino un poco. Lo immerse fino a metà e, per salvargli la dignità, lo finì in un sol morso.
«Il dado è tratto» si disse a bassa voce, per farsi un po’ coraggio mentre guardava le proprie scelte cristallizzate negli arredi di quella casa nuova.
Fissò a lungo l’aureola di bagnato lasciata dalla tazza sul legno chiaro del tavolo nuovo. Proprio da quel cerchio gli apparve chiara un’analogia.
“Così come ad ogni parola che cambio il senso della frase si sposta un poco, allo stesso modo, più mi guardo indietro, più ripenso alle scelte mancate e a quelle che avrei potuto fare diversamente, più il mio “dove sono ora” diventa un punto traballante e il significato del presente mi si fa ancora più confuso.” Scrisse in fretta perché non gli sfuggisse.
“Le scelte, come le parole, sono passi; e quei passi, giusti o no, sono la strada che mi ha portato qui.” Aggiunse con crescente convinzione.
Capì allora che guardare indietro fa solo male: il già scritto non si cambia, e ricominciare da capo non si può.
A volte, la vita resta sospesa a metà, oppure inciampa su di un punto, come una frase che si conclude ma che non è l’ultima del racconto. Ed è proprio lì nel bianco – sì, quello che segue e che fa paura – che si decide il seguito.
Solo accettando dove si è, e avendo il coraggio di scrivere ancora, si può trovare il senso a ciò che è stato.
L’unica cosa possibile – nel racconto come nella vita – è scrivere la battuta successiva, quella dopo e quella dopo ancora, finché c’è inchiostro. Andare avanti sempre, raccontarsi con tenerezza e un po’ di fantasia, perché alla fine, anche il romanzare a volte serve.
Alzò gli occhi sulla prima frase del racconto, che era rimasta lì, sopraffatta dal suo giudizio retrospettivo, che gli faceva pesare le sillabe come fossero sentenze.
“Tommaso è timido.”
Decise allora una regola semplice, quasi infantile, ma la fece sua, perché i punti sono villani ed ingannevoli, fanno finta di chiudere quando in realtà e molto spesso, non è finita affatto.
«D’ora in poi» si disse, «ad ogni punto che mi farà paura ne aggiungerà altri due: così che diventino una sospensione, una passerella sopra il vuoto, il tempo esatto per un respiro!»
“Tommaso è timido.” Riscrisse uguale su una pagina nuova e tutta bianca. Poi aggiunse due puntini.
“Tommaso è timido…”
Sentì il peso del testo spostarsi in avanti, come ci si sente a metà del passo, quando si sta con un piede in aria e si perde l’equilibrio. Avvertì il brivido del vuoto, fece un respiro e decise di non fermarsi.
“Tommaso è timido… e va avanti lo stesso…”






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