Alle cinque e quarantasette il cielo tra i palazzi è un coperchio opaco poggiato sulla città.

La prima luce non scalda ma rivela i bordi delle cose: il profilo dei balconi e le vetrine dei negozi, le ringhiere arrugginite e i marciapiedi vuoti, la cassa automatica per i biglietti dietro la quale hanno piegato e nascosto il cartone logoro sul quale hanno dormito. 

Lei si infila le mani nelle maniche del maglione, lui soffia nel bicchiere di carta dove il tè di ieri ha lasciato una patina bruna.

«Oggi comincia prima» dice lei.

«Il lunedì sembrano pentirsi del weekend» risponde lui.

Raccolgono le loro cose: lo zaino da cui tintinna una targhetta di cane senza più il cane, la coperta isotermica che luccica come la carta di un regalo scartato e il fornelletto a gas che sembra non finire mai. 

La piazza davanti alla stazione è ancora semi-vuota; l’orologio elettronico del tabellone segna le 05:52 e su uno schermo troppo abbagliante, una pubblicità di caffè promette energia in trenta secondi, per una giornata soleggiata e dove per tutti c’è un sorriso.

«Primi posti in platea?» fa lui, sedendosi sul muretto.

«Non si rischia certo il tutto esaurito» dice lei sorridendo.

La città apre gli occhi a scatti.

Arrivano per primi i corridori nel silenzio: donne e uomini con tutine aderenti, scarpe dai colori sgargianti e cuffiette ben piantate nelle orecchie. Attraversano la piazza come in trance, contando i propri passi, misurandone la cadenza. Sembra liberino il giorno, prima che qualcuno poi li prenda. 

Poi è il turno degli operatori ecologici, con i carrelli che cigolano e i furgoni maleodoranti: hanno l’aria di chi conosce quel dietro le quinte. Lei alza due dita in un saluto. Uno ricambia, un altro invece borbotta qualcosa mentre scuote la testa.

Alle sei e dieci l’aria ha già l’odore del caffè e dei freni dei tram. Le serrande dei bar si alzano rumorose come pesanti palpebre di metallo. Una ragazza impila cornetti in geometriche architetture dietro la vetrinetta del bancone mentre la radio gracchia notizie di traffico, di meteo e di un mondo che non va, ma che ostinato continua a girare in tondo. 

Una prima ondata di pendolari scende spingendosi dai bus e si riversa nelle bocche ad arco del porticato della stazione: trolley saltellanti trascinati con troppa forza, giacche scure ben stirate, badge lucidi su cordini colorati. Il ritmo cambia: dal jogging alla marcia.

Loro due hanno un gioco. L’hanno inventato per passare il tempo, nelle prime ore del mattino, quando tutto attorno corre e loro restano più invisibili del solito. Danno un nome o un connato alle persone che vedono passare: per ciascuno tre parole soltanto.

«Lei è: esame, venerdì, panico» sussurra lei, indicando una ragazza che guarda dritto a terra mentre ripassa a labbra strette.

«Quello è: quasi, promozione, forse» fa lui, guardando un tizio già sudato che si sistema la cravatta nel riflesso di una vetrina.

«Quella invece: non, oggi, lacrime» dice lei sottovoce, vedendo una donna con la mascella serrata e il passo stanco.

Non deridono né tantomeno giudicano: catalogano per gioco, come si fa con le conchiglie in spiaggia che il mare ha deciso di lasciare. A volte sbagliano, quasi sempre a dire il vero, ma non lo sanno e alla fine poco importa: “l’azzardo è il sale della vita”, recita la pubblicità di una sala giochi alla fermata del tram.

Alle sei e ventotto un uomo esce da un taxi. Parla fitto al telefono, scarpe lucide, soprabito aperto, taglio fresco e la sicurezza di chi sa di aver adempito ai suoi doveri con successo e dedizione. Quando si piega per pagare, dal portafoglio scivola fuori una fotografia. Resta a faccia in giù sul pavé; nessuno se ne accorge tranne lei. Si alza dal muretto e la raccoglie prima che voli via. È un’istantanea: carta lucida, cornice bianca esagerata, colori pallidi ormai sbiaditi; tre figure davanti a un mare, sabbia grigia, e un bambino con le braccia in alto che sembra voler acchiappare il vento. Lei corre appena dietro all’uomo, gli tocca il braccio con un sorriso.

«Ha perso questa» dice.

Lui guarda prima lei con diffidenza, poi la foto con sorpresa, come si guarda qualcosa che ci si era scordati di possedere. La prende con delicatezza, la volta e ci affonda dentro. Un secondo di troppo, poi annuisce. Un grazie imbarazzato, la sicurezza che vacilla, un sorriso un po’ tirato. Lo salva il telefonino che con uno squillo impertinente che gli intima di ripartire.

«Ben fatto» fa lui quando lei ritorna sul muretto.

«Non vorrei che una foto di noi restasse per strada alla mercé degli occhi di chiunque.»

«Non abbiamo foto di noi.»

«Lo so» dice lei, ma senza alcuna malinconia.

Il flusso si fa più denso, un fiume in piena di persone tra sponde di vetrine e file di automobili parcheggiate. 

Gente che beve un espresso in tre sorsi, che morde una brioche come un antidoto, che consulta l’orologio e se ne pente. 

I tornelli della metro ingoiano corpi con un bip poco educato. Una signora in tailleur passa di corsa lasciando dietro di sé un profumo fresco di bucato, trascina un trolley affannata ed inciampa sui sanpietrini più sconnessi.

Lui osserva una coppia che litiga a denti stretti, di nascosto dietro ad una colonna lì vicino. Ha imparato a riconoscere il momento preciso in cui la voce si spezza in gola: quella momento breve che fa saltare le armature. 

«Adesso!» mormora sottovoce, e la sente, la parola che si inceppa, pesante come un sasso. Lei si porta le mani al viso per coprire le lacrime. È come una vibrazione taglia l’aria. Nessuno se ne cura, eppure è quanto di più reale sia esistito quella mattina.

Alle sette e un quarto, una ragazza con un cartellino al collo – nome breve, scritto a penna – esce dal bar con due brioche avvolte in un tovagliolino. Finge di fumare, si appoggia al muretto vicino a loro. Gli occhi scivolano dapprima sulle scarpe di lui, poi sulle mani di lei, infine atterrano nel vuoto lì davanti, come fanno le persone che si credono educate quando non sanno dove guardare.

«Se vi va…» dice, lasciando le brioche sul bordo del muretto, non proprio vicino, non proprio lontano.

«Ti paghiamo con una storia» fa lui.

Lei sorride appena.

«Non ho tempo.»

«Nessuno ce l’ha. Ed è per questo che ti serve» dice la ragazza senza dimora mentre prende una brioche e spinge l’altra indietro verso la barista. 

«Mangiala con noi e per tre minuti la parola “tempo” non esiste»

Si crea così una piccola bolla. Fuori i clacson che rimbalzano ossessivi, i passi che si sovrappongono e i treni che fischiano furiosi; dentro invece c’è profumo di crema fresca, una sorriso accennato e un respiro non affannato. La barista addenta piano l’ultimo morso, poi guarda l’orologio come se avesse tradito qualcuno. 

«Devo andare.»

«Lo sappiamo» dice lui.

«Grazie» sussurra lei. Un grazie che resta appeso sul muretto come una giacca di panno fuori stagione.

«Grazie a te!» rispondo loro.

Quando la grande ondata si è dispersa oltre la temuta ora di punta, la piazza resta come un acquario appena svuotato. Bicchieri vuoti e cartestracce. Un raggio di sole tra i palazzi che taglia in diagonale lungo il pavé e dora appena le cicche pestate. 

Lei divide l’ultimo boccone col ragazzo.

«Sai che a volte mi chiedo se non sia tutto un allenamento?»

«Per cosa?» chiede lui.

«Per imparare a correre sempre più veloce, con gli occhi chiusi e senza meta. Così quando quella vera si avvicina, di meta intendo, nessuno se ne accorge e non gli fa paura.»

«Ne hanno già tanta di paura» dice lui. «Paura di fermarsi e sentirsi troppo in colpa nel realizzare che hanno sempre corso ma sono sempre più in ritardo.»

Il sole sale un poco ancora. La radio del bar cambia canzone.

Un bambino trascinato per mano dal padre piange perché vuole andare al parco; il padre gli dice che ormai è grande con la stessa voce con cui si mente ai colleghi. Forse anche lui ha una foto del mare, dimenticata in una tasca o da qualche altra parte.

Si alzano insieme i due ragazzi. Lei raccoglie una bottiglia mezza piena e il cartoccio di un panificio gettato a terra vicino ad un cestino; la targhetta del cane tintinna quando si china. Butta il sacchetto, ma prima con due dita libera un seme di girasole rimasto incastrato tra le pieghe della carta. Lo lascia cadere tra le fughe del pavé, dove si accumulano terra e sporcizia. Lo copre o con un dito, poi si rialza e sorride.

«Che ci hai piantato?» domanda lui.

«Un seme.»

«Non ha senso, non ce la farà, non germoglierà o lo strapperanno.»

«Come la maggior parte di queste persone» fa lei, ruotando lo sguardo tutto attorno. «E allora?»

Si incamminano lentamente mentre la città aumenta il ritmo e, scandendo la giornata e rendendola uguale ad ogni altra, fa ciò che le riesce meglio: far dimenticare a tutti quanti di poter respirare, di fermarsi tra un impegno e l’altro, per capire che non basta saper correre da un taxi ad un ufficio, se non ci si è mai chiesti per davvero se fosse quello il proprio posto o il terreno giusto per potervi germogliare. 

Loro due non hanno fretta e si prendono per mano e attraversano la piazza con l’andatura di chi sa di poter essere ancora il padrone del proprio tempo.

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