La salute, definita nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”[1], si pone come diritto fondamentale, indispensabile per l’esercizio di molti altri diritti umani, necessario per vivere una vita dignitosa[2].
Tale definizione di salute è onnicomprensiva, in quanto chiama in causa fattori socio-economici che influenzano lo stato di salute e che, tradizionalmente, non sono considerati strettamente “medici”.
Affinché il diritto alla salute riceva una piena attuazione è necessaria un’attività di “promozione della salute” che si configura come un processo sociale e politico globale: essa, infatti, non comprende solo azioni volte a rafforzare le abilità e le capacità dei singoli individui, ma anche azioni volte a modificare le condizioni sociali, ambientali ed economiche, in modo da attenuare il loro impatto sulla salute del singolo e della collettività. La promozione della salute è il processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sui determinanti di salute e, quindi, di migliorare la propria salute.
Con l’espressione “determinanti di salute” si intende una molteplicità di fattori (sociali, economici, politici, culturali, ambientali, comportamentali) la cui presenza condiziona sensibilmente lo stato di salute di un individuo e, più in generale, di una popolazione.
In particolare, secondo la definizione fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, i determinanti sociali di salute sono rintracciabili nelle condizioni in cui le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e invecchiano e che, a loro volta, sono condizionate da una serie di forze (economia, politica, politiche sociali)
In cosa si estrinsecano, concretamente, i determinanti di salute?
Mi viene in mente Anna: straniera in un paese straniero, straniera nel suo paese di origine, che non può sentire suo, a causa dei motivi che l’hanno spinta a partire. Ha una patologia importante, che potrebbe essere tenuta maggiormente sotto controllo con un’alimentazione bilanciata, ma le raccomandazioni mediche non possono ricevere un’applicazione concreta.
Anna vive in una baracca, ai margini di una città sempre più escludente, ignorata da chi propaganda un modello metropolitano socialmente inclusivo e non si accorge di tagliare fuori sempre più gente.
E’ ospite di connazionali, dopo che ha perso il lavoro e l’alloggio precario che le era stato offerto. Non può cucinare, nel posto in cui vive c’è solo un fornello da campeggio e viene usato dalle altre persone con cui vive, che naturalmente mangiano quello che costa meno, che richiede meno tempo di preparazione e che non è affatto salutare. Anna si sente prigioniera del suo non stare bene, non può rifiutare il cibo offerto, anzi può solo ringraziare.
Ha dovuto imparare questo: ringraziare sempre, testa china, essere grata per il solo fatto di esistere.
Mi viene in mente quello che avevo sentito in un film: “grazie” è la parola più bella del mondo. In questo caso, però, diventa quasi una prigione, da cui doversi svincolare.
Come si può stare in buona salute se si assiste a una progressiva erosione dei diritti, compreso quello alla salute?
Se si vive in un posto senza servizi igienici, senza riscaldamento, in cui anche cucinare o farsi una doccia calda diventa un ostacolo, come si può stare in buona salute? E, soprattutto, che cosa significa “essere in buona salute”?
La cosa assurda è che si dia per scontato che chiunque possa avere accesso a servizi igienici, una fonte di riscaldamento, un fornello per cucinare e, se questo non è accade, scatta il meccanismo giudicante della “colpa”. Glielo dicono spesso ad Anna: perché hai deciso di venire in Italia? Alla fine, che cosa aspettavi? Già il lavoro non c’è per gli italiani, figuriamoci per chi non sa neanche parlare l’italiano.
Anna, però, ci ha provato a imparare l’italiano. Ha accettato un lavoro naturalmente in nero (non essendo in regola con le norme di soggiorno), naturalmente sottopagato (non è mica italiana), naturalmente senza nessuna garanzia e ha chiesto sempre al suo datore di lavoro di parlarle in italiano. Lui, però, ha subito pensato che fosse un modo per attirarlo a sé e così Anna ha dovuto lasciare anche questo lavoro e tutte le volte che parla in italiano ha paura di essere fraintesa.
Non è riuscita a trovare un lavoro e, nel frattempo, resta ospite dei suoi connazionali. Ospite senza poter cambiare le regole di un posto che non riesce proprio a chiamare “casa”.
Ci pensa ogni sera, prima di addormentarsi: qual è casa sua?
Si può definire casa una baracca?
Quando parlo di queste situazioni, subito mi viene detto: e perché questa gente non si regolarizza? Cosa aspetta? Ha tutto l’interesse di restare clandestina!
Peccato che la normativa italiana non preveda molte forme per la regolarizzazione. Per semplificare al massimo, se non ci sono possibilità di ricongiungimenti familiari, o non ci sono gli estremi per la richiesta di protezione internazionale, o non si rientra nei complicatissimi “flussi”, non ci sono possibilità di regolarizzarsi. Ci sono le famose “sanatorie”, che sono rare come vincere alla lotteria, e anche lì si apre un vaso di Pandora.
Insomma, tornando ad Anna, se lei avesse la possibilità di regolarizzarsi, non lo farebbe?
E’ forse una scelta essere poveri o, peggio ancora, una colpa?
In fondo, è semplice dividere il mondo in “colpevoli” e “non colpevoli”: perché i colpevoli dovrebbero avere diritto alla stessa assistenza sanitaria di chi non lo è, anche se malato?
Anna aveva fatto un’unica scelta: lasciare il suo paese. Lei lo ha fatto perché le bande criminali le avevano distrutto l’attività commerciale che la sua famiglia portava avanti. Le dicono che non basta a chiedere la protezione internazionale, che ci vorrebbe una storia “forte” da portare in Commissione: lei ha anche provato a inventarsene una, ma poi ha pensato che non poteva proprio riuscire a dire bugie.
Lei ha scelto di andare via dal suo paese, ma se anche la sua scelta fosse stata motivata da altre ragioni, sarebbe stato forse un motivo per non partire?
Non dovrebbe essere interesse di un Paese regolarizzare le persone che sono sul suo territorio e cercare di evitare il propagarsi di patologie? Non sarebbe interesse comune evitare che le patologie degenerino e che si traducano in costi maggiori per il sistema sanitario nazionale?
Il problema resta uno: quando si assiste ad una progressiva erosione dei diritti, non si sa mai chi potrebbe essere il prossimo e se si continua a dividere il mondo in “colpevoli” e “non colpevoli” per giustificare la propria indifferenza, il rischio è che i diritti non siano più tali.
[1] Cfr. Organizzazione Mondiale della sanità, Constitution of the World Health Organization, firmata a New York il 22 luglio 1946, in OfficialRecords of the World Health Organization, n. 2, 1948, p. 100.
[2] Cfr. Comitato sui diritti economici, sociali e culturali, General Comment 14 – The Right to the HighestAttainable Standard of Health, UN Doc. E/C.12/2000/4 dell’11 agosto 2000.






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