Il parco era piccolo, incastrato tra due viali rumorosi, con aiuole trascurate e una fontanella che perdeva acqua.
Giulia si sedette su una panchina che scricchiolava appena, con la vernice screpolata dal sole e dalla pioggia.
Per un istante chiuse gli occhi. Le scarpe le facevano male. Aveva camminato in fretta per non perdere nemmeno un minuto della sua pausa. Quaranta minuti d’aria, se così si poteva chiamare la miscela di ossigeno e gas di scarico che respirava quasi ogni giorno pur di non restare a pranzare in ufficio.
Da un sacchetto di tela che ostentava allegria a dispetto di ciò che conteneva, tirò fuori una vaschetta di insalata di riso con mais, tonno, tre pomodorini e due olive nere che sembravano di gomma.
Sospirò, scattò una foto col telefono e la mandò a Caterina con un commento: “Pranzo gourmet, vista cemento. Mi manca il mare, come sempre.” Seguito da una faccina triste.
La risposta arrivò subito. Una foto un po’ sfuocata di un panino pallido, appena addentato, avvolto in un tovagliolo. Sullo sfondo, il tendone di un bar, un tavolino e una sedia di plastica bagnati e pozzanghere grigie lungo il marciapiede.
“Almeno tu hai un po’ di sole. Qui piove da stamattina e mi sa che anche il mio panino è meteoropatico.” Scrisse Caterina.
Giulia sorrise. Un sorriso breve, un po’ fragile, ma vero. Quei messaggi le avevano dato un sollievo inaspettato, come una carezza a distanza, e per un attimo le era sembrato di non essere da sola. Ma proprio dentro quel conforto improvviso affiorò, più chiara che mai, una distanza. Ma da cosa, esattamente?
Era una sfocata nostalgia, il ricordo opaco di qualcosa di cui aveva perso le coordinate. Un luogo da chiamare casa, forse. O anche solo un momento in cui sentirsi al posto giusto.
“Che vita strana…” scrisse Giulia.
Poi aggiunse, dopo una pausa: “A volte mi chiedo come siamo arrivate fin qui. Non era questo che avevamo immaginato, vero?”
La risposta di Caterina arrivò qualche minuto dopo. Il tempo, forse, di cercare le parole giuste. O forse solo per lasciare spazio a quel tipo di silenzio che tra loro non era mai stato imbarazzante.
“Abbiamo detto troppi sì.” Scrisse infine. “Senza nemmeno accorgercene. Abbiamo detto sì al lavoro, alle città lontane, ai treni presi all’alba e ai contratti a tempo determinato. Abbiamo detto sì all’idea che dovevamo farcela. E che il futuro, in qualche modo, ci avrebbe ricompensate.”
Poi un secondo messaggio, più breve.
“Solo che nessuno ci ha mai chiesto cosa volevamo davvero. E forse nemmeno noi ce lo siamo mai chieste abbastanza.”
Giulia lesse e rilesse quelle parole. Non c’era amarezza, né rimprovero. Solo una consapevolezza lucida, quasi dolceamara, come il momento in cui ci si sveglia piano da un sogno lungo e ci si accorge che il suo ricordo sta già svanendo nella prima luce del giorno.
Caterina aveva dato voce a qualcosa che Giulia sentiva da tempo, senza forse aver mai trovato prima il coraggio di ammetterlo. Il telefono le rimase acceso tra le mani. Giulia fissava lo schermo, ma non leggeva più. Poi alzò lo sguardo.
Per anni aveva inseguito la carriera: un’altra città, un altro lavoro, un’altra versione di sé. Aveva cambiato case, amici, taglio di capelli, modo di vestire. Aveva letto libri sulla crescita personale, frequentato corsi di inglese aziendale, aggiornato il curriculum, riempito il tempo libero con corsi serali di pittura e partite a tennis. Sempre con l’idea che l’oggi dovesse servire a costruire un domani migliore.
Eppure adesso, seduta su quella panchina dimenticata tra i palazzi, avrebbe voluto solo una cosa: Caterina accanto. Nessuna carriera, nessun avanzamento. Solo una voce familiare, un panino diviso in due, una risata che non avesse bisogno di spiegazioni. E un punto preciso sul mappamondo, da poter chiamare casa.
Nient’altro.
Restò ancora qualche istante lì, senza muoversi. Il sole le scaldava le gambe, e per la prima volta da giorni le sembrò di avere spazio intorno a sé.
Aprì l’app dei treni sul telefono. Digitò il nome della città di Caterina, solo per vedere gli orari e i tempi delle tratte. Non sapeva se lo avrebbe fatto davvero, se avrebbe preso quel treno. Ma il gesto, così semplice, le sciolse qualcosa dentro.
Poi tornò sulla chat. Scrisse: “Sai che c’è? Un giorno di questi arrivo. E mi porti in quel bar coi tavolini bagnati, e dividiamo uno di quei panini tristi.”
Tre puntini comparvero sullo schermo. Poi scomparvero. Giulia trattenne il respiro.
Poi la risposta: “Ti aspetto. Per davvero però.”
Giulia sollevò lo sguardo. Il cielo non era più limpido: una velatura sottile aveva coperto un poco il sole, come un pensiero che non fa male, ma che resta lì. Non le dispiacque. Anzi, c’era una quieta bellezza anche in quella luce smorzata.
Rimise il telefono nel sacchetto, assieme alla vaschetta di plastica con l’insalata praticamente intatta.
Si alzò lentamente, stirando la schiena. Sentiva ancora il peso delle stesse domande, ma qualcosa era cambiato.
Forse non serviva trovare subito tutte le risposte. Forse bastava iniziare a farsi le domande giuste.
C’era ancora tempo, pensò.
Per prendere un treno. O semplicemente per tornare a cercare, con meno fretta, un posto diverso dove stare bene, anche solo per un po’.
Fece qualche passo lungo il vialetto, lasciandosi alle spalle la panchina. Infilò le cuffiette e cercò tra le playlist una canzone che ascoltava sempre con Caterina, quando le canzoni sembravano parlare al posto loro, senza bisogno di spiegare niente.
Premette play e la musica le arrivò addosso. Il rumore del traffico si fece più lontano.
Giulia non correva più. E forse, proprio per questo, sentì che stava finalmente andando da qualche parte.






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