Ogni mattina, finché ne ho avute di mattine, ho fatto finta di svegliarmi per la prima volta. 

Ho continuato a scendere dal letto dalla stessa parte, quella dove il pavimento scricchiola non appena ci si appoggia il piede sopra. Ho continuato a bere acqua tiepida che sapeva troppo di calcare e ad ingollare pilloloni che mi raschiavano l’esofago. Ho continuato a contare piano, sperando che il mio corpo si accendesse prima del mio cervello.

La frequenza delle bugie è però aumentata. Come quella volta in cui ho detto “a presto” sapendo che non sarei tornato. O quella volta che ho preferito dirmi d’accordo con qualcuno, rimanendo zitto pur sapendo che sarebbe stata l’ultima conversazione. O quella volta che ho abbracciato troppo forte dicendo di aver paura che l’altro cadesse, quando invece ero io che cadevo. 

Ogni sera, finché ne ho avute di sere, mi sono coricato posando sul comodino la differenza tra ciò che sono e ciò che ho finito per diventare. Di notte quella differenza si faceva enorme e al mattino, a volte, si faceva più leggera. 

Se dovessi spiegare perché adesso, non saprei cosa raccontare. Non c’è un adesso e non c’è un poi. C’è un insieme di momenti che si sono ammassati l’uno sull’altro e una moltitudine di oggetti ai quali non vale più la pena starci attorno. 

Ho per troppo tempo indossato abitudini come giacche al rovescio. Alcune tenevano caldo ma non erano usate bene, altre invece prudevano senza motivo. Alla fine ho scelto vestiti comodi, con le tasche larghe dentro cui ho messo qualche ricordo e molte scuse. 

Ho fatto pace con le cose senza un perché, e ho fatto pace con le ore passate a guardare la vita da una finestra che non c’era, appoggiandovi la fronte e fingendo di sentire il vetro. 

Ho imparato dal silenzio delle solitudini, come si impara da un maestro che non boccia e non promuove, ma ti lascia lì, finché non capisci o te ne vai.

Ci sono parole che ho usato come salvagenti finché ho avuto l’aria nei polmoni per gonfiarle: “domani”, “ancora”, “la prossima volta”. Ecco, le appoggio qui, ai piedi di questo mio ultimo letto, dove raccoglieranno le mie ciabatte usa e getta. Grazie del servizio.

Ho fatto pace anche con l’idea che niente si chiude bene. Si chiude e basta. Se succede quando le cose vanno bene è un peccato, ed in genere è troppo presto. Quando è tardi, invece, è troppo tardi e si arriva ormai stanchi.

Ho avuto amori un po’ banali. Ho ricevuto istruzioni in lingue che non ho studiato. Ho voluto bene a qualcuno, soprattutto a quelli che non avevano il vocabolario per rispondere.

Ho sbagliato molto, con troppa grazia quando non serviva e senza grazie quando ormai era tardi. 

Se potessi chiedere scusa ai posti, chiedere scusa al sottoscala dove mi sono nascosto a piangere, con la faccia nel gomito, il giorno in cui ho capito che non era colpa di nessuno. 

Se potessi ringraziare un posto, ci sarebbe una panchina.

Se mi chiedessero di restare ancora un poco, per qualcuno forse lo farei. Ma se fosse solo per me, direi che ormai è tardi e ci ho già provato a lungo. 

Ho già dato al tempo tutte le mie scuse. Non ci è cascato, si è seduto e ha bevuto al mio tavolo, poi educatamente ha salutato ed è andato via. 

Questa stanza è onesta. Non promette nulla. Le pareti sono vuote ma con garbo. C’è una luce che non offende e una voce gentile che fa domande semplici. Ci si sdraia e lì si appoggiano le cose che si è deciso di portare.

Io mi sono portato poco. Un fazzoletto pulito, il disegno di una panchina in un paese lontano e tre parole nella testa: bravo adesso basta.

Ho messo in fila i miei pensieri come piatti puliti sopra al lavandino lasciati a sgocciolare.

La voce gentile mi chiede se sono pronto. Da lì in poi spetta a me. Non c’è cerimonia e non c’è un congedo. 

C’è paura? Si. Ha la forma di una noce: è piccola e ha il guscio duro, ma dentro il cuore è commestibile. La tengo in mano e la riconosco, l’ho sempre avuta con me. L’appoggio sul comodino per l’ultima volta, accanto alla differenza tra ciò che sono ciò che ho finito per diventare. Stanno bene insieme. E alla fine si assomigliano.

La voce attende, fa il suo lavoro ma non incalza. Io faccio il mio: respiro a fondo una volta, poi un’altra ancora. Se qualcuno domani chiederà “come ‘è stato?” spero rispondano: quieto. 

Non sono stato di gran esempio, ma nemmeno un triste monito. 

Ho provato questo saluto allo specchio un paio di volte, per gioco o per disperazione. Oggi lo faccio senza trucchi: ciao Io. Sei stato come sei stato. Qualche volta persino meglio. 

Adesso mi defilo con la buona educazione che hanno cercato di insegnarmi.

Dico ok e premo il bottone.

Chiudo le palpebre. Arancione. Poi tutto si fa buio, è la mia prova che in vero c’è stata luce. La prendo come l’ultima ricevuta valida e la stringo forte in mano, assieme al disegno di una panchina.

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