A Marta capitò una cosa alquanto strana la sera in cui decise – un po’ per frustrazione e un po’ perché non le rimaneva altro da tentare – di invocare con tanto di imprecazione la comparsa delle chiavi che aveva smarrito e tanto a lungo cercato. 

All’inizio non accadde nulla e rattristata si ritrovò a sedere sul pavimento meditando sulla sua misera condizione. 

Fece tre respiri, per cercare di ripartire, e proprio in quel momento da sotto il letto saltò fuori un bigliettino, piegato appena in quattro come un origami un po’ svogliato.

CONVOCAZIONE IMPERATIVA PER ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEGLI OGGETTI SMARRITI

ORE 2:57 

SEDE: sotto il letto

ORDINE DEL GIORNO:

1. Lamentele di quelle classiche

2. Proposte di riforma politiche di ritrovamento

3. Varie ed eventuali 

Marta guardò l’orologio, le 21:14. 

«Perfetto» disse, «intanto che aspetto ho tutto il tempo di perdermi un altro paio di cosette.»

Alle 2:57 precise, nonostante l’ora tarda e una gran voglia di dormire, si infilò sotto il letto come da istruzioni. 

La polvere la salutò con gran un sorriso, riconoscente per il tempo che le era stato concesso di restare indisturbata in quel comodo rifugio. 

Poi, tutto d’un tratto e come per incanto, comparve un’ampia sala ben arredata: sedie pieghevoli su due file ordinate, incorniciate da due vecchi scatole di scarpe. 

A presiedere l’assemblea c’era un ombrello color amaranto, con l’aria navigata di chi ha visto più di un monsone. 

Marta si sedette un po’ in disparte.  

«Eccoci tutti quanti! Dichiaro aperta l’assemblea!» annunciò l’ombrello picchiettando il puntale sul parquet. 

«Punto uno: lamentele di quelle classiche. Chi parla?»

Ecco alzarsi un calzino spaiato, con una dignità quasi aristocratica nonostante svariati pallini di lanugine. 

«A nome del Partito dei Solitari Elasticizzati, vorrei far presente che il lavaggio a 60 gradi senza sacchetto protettivo costituisce maltrattamento. Inoltre, se posso permettermi una nota personale, essere smarrito dietro il termosifone non era certo il mio progetto di vita.»

Applausi convinti si levarono dal reparto biancheria. 

Marta provò allora a farsi avanti, accennando un timido saluto: «Piacere, sono Marta, quella che…»

«Sappiamo benissimo chi sei!» fece il telecomando, seduto su una pila di riviste del 2017. «Sei quella che ha cambiato divano e non mi ha avvisato. Sono rimasto tra i cuscini giù in strada per ben due notti, prima che ti accorgessi della mia mancanza; e per fortuna appena il tempo, perché il giorno dopo sarebbe passato il camion dei rifiuti. Pensate a cosa sarebbe potuto succedere!»

Un mormorio concitato attraversò la sala. 

«Io ti capisco» intervenne una clip per capelli a cui mancava un brillantino. «Denuncio l’abbandono di proprietà. Ogni volta che mi togli dai capelli finisco sul fondo di una borsa o tra i sedili della tua auto, e lì rimango per mesi e mesi. Ora basta, non se ne può più!»

Dalle ultime file si levò un coro di coperchi di Tupperware: toc-toc-toc, fecero come tamburi tribali. Quello con il diametro da 11,5 parlò per tutti: «Chiediamo il ricongiungimento familiare. Siamo stanchi di essere adottati da contenitori vedovi o abbandonati altrove dopo le cene dagli amici e dai parenti.»

«Mo’ parlo io!» disse una penna che scriveva ancora, ma per principio mai quando serviva. «La signorina Marta ha una mano un po’ pesante, ma posso tollerarlo. Mi ha sempre usata per liste importantissime – latte, pane, uova, a volte pure per frasi motivazionali – ma mi lascia sempre senza il mio cappuccio. Una volta stavo addirittura per essere abbandonata in un supermercato; se non fosse stato per la cassiera gentile, chissà che fine avrei potuto fare.» 

«Ecco!» sbottò il metro da sarta, avvolgendosi nervosamente. «Anch’io sono stanco di essere chiamato in causa solo per i jeans troppo stretti e le crisi di autostima.»

Marta era assai imbarazzata e, approfittando del silenzio, chiese gentilmente la parola «Scusate, posso intervenire?»

L’ombrello annuì. «Tre minuti, poi tocca ai caricabatterie.»

«Sono sinceramente dispiaciuta. Davvero mi scuso con tutti voi. D’ora in poi farò più attenzione, lo prometto.  Ma… potremmo… ecco… creare un’usanza diciamo, o un posto neutro dove vi possiate far trovare quando decidete che vi ho cercato abbastanza?»

Un boato di dissenso si levò dal prime file, e un caricabatterie universale sbuffò: «Una specie di zona franca per non esser mai più visti né cercati?»

«Punto due dunque!» interruppe l’ombrello. «Qui si discute già di riformare le politiche di ritrovamento. Prego, password, a lei la parola.»

Si alzò un post-it giallo e stropicciato, con scritto “1234” seguito da e un punto esclamativo che sapeva di rimorso. «Propongo invece un rituale: l’umana smemorata, nei momenti di maggior bisogno, fischietta una melodia concordata: gli oggetti smarriti a quel punto, se in zona e intenzionati a farsi ritrovare, rispondono con vibrazione, lampeggiamenti o cadute accidentali.»

Il telecomando agitò i tasti con fare un po’ teatrale. «Io non posso lampeggiare né vibrare, e se cado mi danneggio. Ma già che parlo ancora chiedo più rispetto per il mio corpo: che si smetta di darmi colpi sulle costole e sul di dietro quando sono a corto batteria; cambiatela per una nuova e lasciatemi la mia dignità!»

«A nome delle matite senza punta e mai più temperate» disse una 2B un po’ consumata «se i cassetti chiusi e bui non ci piacciono – e lo capisco – propongo un portaoggetti comune e bello grande, da star tutti comodi e da posizionare in bella vista sul mobile all’ingresso: lì ci trasferiamo tutti assieme quando ci sentiamo smarriti e restiamo in bella vista se serviamo. Ma una volta al mese la signorina Marta si impegni a svuotarlo e rimetterci al nostro posto.»

«Appoggio» disse una gomma spezzettata. «Ma che non diventi una scatola “miscellanea”: sa di discarica dell’anima.»

«Varie ed eventuali!» brindò l’ombrello. Poi, con un sospiro di rassegnazione: «Telecomando, di nuovo, prego.»

«Io e i miei colleghi vorremmo un GPS relazionale: non per dire dove siamo, ma a quale apparecchio apparteniamo. Perché qui, e lo dico con affetto, signorina Marta, lei cambia stanza alla TV come si fa zapping tra i canali, e noi precipitiamo nel vuoto ontologico del divano letto quando la televisione migra in cucina.»

Marta arrossì. «Vi capisco, davvero. Però… anche voi non aiutate: l’altro giorno ho trovato una chiavetta USB nel barattolo del riso.»

Il cucchiaio dosatore annuì: «Colpa mia. L’avevo adottata: lì nella dispensa sembrava davvero sola.»

Poi si alzò un oggetto che Marta faticò a riconoscere: piccolo, tondo, sinceramente triste. «Sono la moneta del carrello. L’ultima volta mi hai chiamata “salvatrice della patria”, poi mi hai tradita con un gettone di plastica blu. Io…» esitò, con garbo melodrammatico, «ho dei sentimenti.»

Calò un silenzio imbarazzato, di quelli che un poco pesano.

Poi l’ombrello tornò a parlare. 

«Faccio presente» disse calmo, «che l’ora è tarda e bisogna votare.»

«Prima però» disse una voce da sotto le suole delle scarpe, «una dichiarazione – o una confessione, giudicate voi.»

Era la Dignità. Non era né grande né piccola, ma non aveva una bella cera, sicuramente colpa del lavoro. «Non mi hai sempre persa tu» disse rivolgendosi a Marta. «A volte mi nascondo, soprattutto quando non mi difendi. Poi spero sempre che te ne accorga e che tu venga a cercarmi, ma finora… ehm… risultati alterni.»

Marta abbassò lo sguardo. «Lo prendo d’ora in poi come un impegno formale: cercare di non perdere la mia dignità.»

«Votiamo e verbalizziamo?» chiese l’ombrello, quasi commosso.

Si votò: per alzata di antenna, di coperchio, allungamento di elastico.

Passarono tre mozioni:

  1. Portaoggetti grande e in bella vista — un luogo dove gli oggetti possano tornare quando decidono che è il momento, e restare ben visibili se a Marta servisse qualcosa. (Approvata a larga maggioranza; contrari: le forbicine per le unghie, che preferirono restare in agguato dentro al beauty case.)
  2. Rituale del Fischio — due tentativi a settimana al massimo; dagli oggetti, risposta non obbligatoria ma gradita. (Approvata da tutti; astenute: le batterie quasi scariche — forse non avevano più carica per votare.)
  3. Abolizione dei cassetti “miscellanea”. (Approvata a furor di popolo.)

Prima di chiudere, l’ombrello pronunciò un discorso. «Stiamo in posti scomodi per definizione, e di questo nessuno ha colpe. Gli esseri umani hanno spesso la testa altrove e a volte ci maltrattano. Però…» ed inclinò il manico con eleganza, «la gioia di farsi ritrovare, vale spesso più dello scopo per cui esistiamo. Ricordatevelo, tutti.»

La platea annuì con trasporto, l’atmosfera si distese e Marta raccolse qualche sorriso.

Alle 3:03 l’assemblea si sciolse. Marta si ritrovò con la faccia sprofondata nel cuscino e un batuffolo di polvere tra i capelli. Si alzò piano a sedere sul letto, come dopo un sogno strano ma sensato. 

La mattina seguente fu istituito il portaoggetti grande e in bella vista, con un’etichetta decorata che recitava: “Varie ed eventuali”. 

Dentro Marta ci mise il calzino spaiato (che ritrovò un fantasmino da ballerina con cui – a quanto pare – si scrivevano da anni), il coperchio da 11,5 cm in attesa di ricongiungimento, tre penne fedeli e funzionanti, la clip per capelli senza brillantino e la moneta del carrello. 

Marta fischiettò la melodia concordata, giusto per provare. Dal corridoio comparve il telecomando, con l’aria seccata di chi si fa vivo “perché tanto ero di strada”. Subito dopo, ecco le chiavi tanto agognate: con nonchalance si materializzarono nel vaso delle piante, generando un piccolo scandalo tra le foglie. 

Anche la Dignità ricomparve e si sedette sul bordo del tavolo, le gambe a penzoloni.

Poi suonò il campanello. Era il vicino del piano di sopra, con l’espressione di chi ha trovato un tesoro. «Buongiorno!» Disse. «Per caso ha smarrito il senso dell’orientamento?»
«Oh, chi lo sa… forse sì.» fece Marta. «E quell’altra cosa lì, cos’è?»
«Il suo senso dell’umorismo. L’ho trovato sulle scale: chiedeva indicazioni per tornare.»
«Vedi un po’,» sospirò Marta, «non avrei saputo più dove andare e la cosa non mi avrebbe nemmeno fatto ridere. La ringrazio tanto.» 

Da quel giorno le cose continuarono a perdersi, perché la vita non si raddrizza in una notte, ma iniziarono anche a tornare, con piccoli gesti, a volte un po’ teatrali, e di tanto in tanto, alle 2:57, da sotto il letto si avvertiva un brusio concitato. Marta non disturbava: sapeva che la democrazia degli oggetti smarriti richiede tempo e merita fiducia. 

Quando proprio non trovava più nulla e il grande porta oggetti in bella vista era deserto, allora fischiettava. Gli oggetti smarriti riaffioravano uno dopo l’altro, ed ogni ritorno regalava a Marta una sorpresa lieta, una gioia sincera, perché, come aveva detto l’ombrello, alla fine non c’è nulla di più bello che ritrovare ciò che si è perduto.

E a ben pensarci, vale anche per le persone.

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